Lo sciopero delle bambine.

Giovedì 21 giugno del 1902 l’elegante Milano ebbe un risveglio singolare.

Circa 250 bambine, di età compresa tra i 6 e i 13 anni, sfilavano lungo le strade urlando slogan contro i padroni e le maestre sarte arrivando persino a bloccare la tramvia. In testa al corteo, con un fazzoletto rosso al braccio, c’era l’organizzatrice, considerata la più anziana tra loro per via dei suoi 14 anni, Giovanna Lombardi.

Le piscinine, come furono battezzate dalla cronaca del tempo, avevano deciso di scioperare a causa delle condizioni di lavoro disumane. Infatti, teoricamente sarebbero dovute essere semplicemente delle apprendiste sarte, ma in pratica, durante le ore lavorative, che andavano dalle 10 alle 14 ore giornaliere retribuite da un minimo di 25 centesimi ad un massimo di 30, erano costrette a svolgere qualsiasi tipo di lavoro: dalle mansioni domestiche alla consegna di enormi scatoloni per tutta la città, alcuni dei quali superavano di gran lunga i 10 kg. Considerando la tenera età e la fragilità data dalla malnutrizione questo poteva essere un vero e proprio Calvario.

Lo sciopero delle bambine, soprattutto dalle testate vicino alla destra, venne accolto con ironia ma con il passare dei giorni e con l’aumento delle adesioni, lo sciopero durò tre giorni e coinvolse circa 400 bambine, la preoccupazione prese il posto dell’ironia e le singolari scioperanti vennero descritte da l’Alba, testata di destra, anche con parole al limite della volgarità.

«Qualcuno suggerisce come rimedio quattro pompieri con relative pompe in piazza Camposanto: per certi bollori non c’è niente di meglio che una buona cura idroterapica. Altri auspicano un provvidenziale intervento delle savie mamme con una buona correzione “a posteriori”».

L’alba-

Ad interessarsi alla questione fu l’Unione femminile che si fece da tramite tra le lavoratrici e la Camera del lavoro a cui chiedevano:

1- minimo di paga giornaliera cent. 50
2- dieci ore di lavoro al giorno e un’ora di intervallo per la colazione
3 – pagamento delle ore fatte in più dell’orario
4 – abolizione dei servizi domestici
5 – paga settimanale
6 – il lavoro domenicale rettribuito con il 100% di aumento
7 – riduzione dello scatolone in modo che le bambine fino a nove anni non portino un peso superiore a 4 kg e fino a 12 anni non superiore a 10 kg.

Così, dopo giorni di sciopero le piscinine , con l’aiuto dell’Unione femminile, arrivarono alla Camera del lavoro, e a discutere le richieste davanti a sindacalisti e intellettuali fu proprio l’appena quattordicenne Giovanna Lombardi.

Con grande sorpresa, anche degli stessi sindacalisti, queste, riuscirono ad ottenere ciò che avevano chiesto e non solo. Infatti dopo quelle mobilitazioni, fu costituita la Fraterna, associazione che si poneva l’obiettivo di offrire solidarietà e istruzione alle piccole lavoratrici.

Inoltre, raggiunsero un’altra piccola conquista: la domenica pomeriggio libera per frequentare corsi formativi. Lo sciopero delle bambine, nonostante non fu oggetto di simpatie da parte delle maggiori testate dell’epoca, riuscì ad incoraggiare anche altre manifestazioni. Il 28 giugno iniziarono a scioperare i ragazzi dello stabilimento di arredi Bertarelli che nei giorni successivi furono imitati da altri ragazzi, pochi di loro raggiungevano i 14 anni di età, impiegati in ogni settore industriale. Così il 30 giugno circa 6 mila lavoratori minorenni si riversarono nelle strade di Milano chiedendo migliori condizioni lavorative.

Anche in quel frangente i giornali, invece di raccontare in modo arbitrario i fatti, decisero di schierarsi dalla parte opposta degli scioperanti descrivendo quelle manifestazioni con il termine epidemia.

Lavorare per niente.

Tra le attività che il Covid-19 ha paralizzato ci sono anche le lotte del sindacato.

Il segretario generale di NIDIL CGIL Pollino-sibaritide-Tirreno, Vincenzo Laurito, spiega che prima che il virus bloccasse quasi ogni tipo di attività il sindacato fosse impegnato a far sentire la propria voce al governo, a cui si imputava e si imputa tuttora, il fatto di aver preso drastiche decisioni senza tenere conto delle conseguenze dannose sull’economia di molti lavoratori.

Parliamo degli ex LSU che dopo l’internalizzazione delle imprese di pulizia scolastiche attuata dalla legge di bilancio dello scorso anno, si sono visti recapitare un contratto part-time con una riduzione di ore di lavoro, precisamente 18 ore, e di un terzo dello stipendio: dalle 900 euro a circa 600.

Questi 440 lavoratori, tutti della provincia di Cosenza, essendo stati collocati fuori dai comuni di residenza, allo scarso salario sono costretti a sottrarre altro denaro per gli spostamenti o per un affitto.

Ma se si pensa alle 50 persone rimaste senza occupazione perchè considerate prive dei requisiti richiesti dal nuovo bando MIUR, paradossalmente, questi 440 soggetti sono da considerarsi fortunati.

Dal punto di vista nazionale invece, i coinvolti sono 4.000, di cui 1.300 in tutta la Calabria, e di questi 1.300 solo 60 hanno ottenuto un contratto full-time.

Laurito alla fine afferma che nonostante le manifestazioni organizzate per chiedere una revisione di questi contratti per far si che a nessuno fosse privato il diritto del lavoro, il governo sia rimasto sordo, come sordi si sono dimostrati i rappresentanti calabresi che in parlamento avrebbero potuto farsi portavoci di un problema che riguarda sicuramente molte donne e uomini con altre persone a carico.

Morire di Coronavirus e povertà.

Morto un diciassettenne dopo essere stato rifiutato da un ospedale.

Lancaster, San Francisco. Un diciassettenne muore di COVID-19 dopo essere stato rifiutato dall’ospedale in cui si era recato a causa di un malore, poichè non in possesso della costosa assicurazione sanitaria che si aggira intorno alle 393 $ al mese.

Il personale, dopo aver constatato che il ragazzo non avesse nessuna copertura assicurativa gli ha espressamente detto di andare a richiedere cure altrove. E’ stato proprio durante il trasporto verso una struttura pubblica che il diciassettenne ha avuto un arresto cardiaco. Sono seguiti tentativi di rianimazione che lo hanno tenuto in vita per sei ore.

Negli Stati Uniti le persone non coperte dall’assistenza sanitaria sono circa 27,5 milioni, i casi di Coronavirus circa 103.942.

Memorie di un artigiano, testimonianza dal passato.

Memorie di un artigiano, reportage girato ad Albidona, paese calabrese, racconta scorci di un passato ormai inesistente.

Locandina del reportage

Stiamo vivendo tempi strani; abbracci vietati così come qualsiasi altra forma di calore umano, strade semi deserte e fuori dai supermercati file di gente con mascherine e guanti.

E’ proprio in questi giorni difficili, si spera di passaggio, che è stato pubblicato su YouTube “Memorie di un artigiano”, reportage, suddiviso in quattro capitoli, (Il rintocco delle campane, Fede e devozione, L’arte del legno e Memorie di un artigiano.) in controtendenza con la situazione attuale; infatti il lavoro girato ad Albidona, paese circondato e immerso nel verde, racconta un mondo che ad immaginarlo oggi sembra frutto di fantasia, e lo fa attraverso un ex massaio; Luigi Rago, oppure più semplicemente “Baffo“.

Ora vi starete chiedendo cos’è che ha spinto Pasquale Valicenti e Rocco Leonetti a girare prima, e a lavorarci su per tre mesi e mezzo poi, un documentario in cui il protagonista è un ottantunenne che parla dei suoi tempi, le motivazioni sono presto dette.

Luigi, o se preferite Baffo, in un’epoca in cui quasi tutto è affidato a computer e macchinari elettrici porta avanti due attività in via di estinzione, che svolge solo ed esclusivamente con l’ausilio delle proprie mani.

La prima è quella del campanaro, mentre la seconda più che un’attività è un arte, ovvero, intagliare il legno.

Il protagonista del reportage modella ogni tipo di legname con gli utensili che si adoperavano un tempo, fa ciò nella sua piccola bottega, che entrandovi, sembra di fare un salto temporale nel passato: Ogni oggetto, da quelli da lavoro ai giocattoli, sono realizzati completamente in legno ed esclusivamente a mano.

Valicenti e Leonetti in “Memorie di un artigiano” hanno riassunto in 40 minuti il racconto di una società contadina cui vita, era basata sul rapporto diretto tra uomo, natura e animali, infatti Luigi da ex massaio, (altro mestiere in disuso) conosceva e conosce tuttora, le cure per i vari malanni di questi ultimi.

Considerando le settimane opprimenti che la società sta attraversando “Memorie di un artigiano” offre a tutti 40 minuti di aria fresca.

Sotto il documentario completo.

L’Italia è un paese razzista?

Il 21 marzo 1966 veniva istituita la giornata mondiale per l’eliminazione della discriminazione razziale.

Oggi 21 marzo ricorre la Giornata mondiale per l’eliminazione della discriminazione razziale istituita dalle Nazioni Unite nel 1966.

Questa ricorrenza cade ogni 21 marzo, la data è stata scelta per ricordare il massacro di Shaperville avvenuto nel 1960; infatti il 21 marzo 1960 fu la giornata più sanguinosa dell’apartheid in Sudafrica: 300 poliziotti bianchi uccisero 39 manifestanti che contestavano l’Urban Areas Act, atti governativi che impedivano ai sudafricani di vivere nelle aree più sviluppate del territorio Sudafricano .

Nonostante la giornata per l’eliminazione della discriminazione razziale esista ormai da 54 anni e nonostante siano tante le campagne educative contro il razzismo la discriminazione è un fenomeno ancora ben radicato nella nostra società.

Quindi, considerando che da una statistica è emerso che il 55% degli italiani giustifichino il razzismo, fino al 2010 era solo una minoranza a giustificare ciò, ripercorriamo alcuni dei fatti di cronaca avvenuti per movente razziale:

A fine 2019 la senatrice Liliana Segre alla veneranda età di 89 anni, si è vista assegnare una scorta a causa dei continui insulti e minacce ricevuti ogni giorno sui social network per via della sua appartenenza ebraica, la senatrice in una intervista ha confessato di ricevere circa 200 insulti/minacce giornalieri.

IL 28 gennaio a Firenze un conducente Ataf viene denunciato dopo aver apostrofato un gruppo di passeggeri immigrati con frasi come “migranti di merda quando verrà Salvini vi spazzerà via tutti”.

Lo scorso 21 febbraio a Palermo, 11 persone munite di mazze da baseball hanno fatto irruzione in un negozio etnico aggredendo il titolare originario del Bangladesh e altri connazionali in quel momento presenti, tra questi anche una donna che dopo essere stata trascinata nel retrobottega è stata derubata dell’ anello che indossava. Dopo varie indagini le forze dell’ordine hanno accertato che quel gesto fu un raid punitivo a sfondo razziale.

Novembre 2019; a Cremona una 24enne è stata insultata sui social network per via del colore della sua pelle, mentre sempre nello stesso mese in Piemonte, una signora, su un autobus, h occupato il sedile per evitare che una bambina “straniera” le si sedesse accanto. Quando la bambina, 7 anni di età, ha cercato di sedersi la sessantenne le ha risposto “No, qui non ti siedi!”.

Con l’avvento del Coronavirus si è sviluppata una certa sinofobia (paura nei confronti di un soggetto di etnia cinese) , e diverse sono state le aggressioni nei confronti di questi nell’ultimo periodo;

A Cagliari un ragazzo filippino è stato vittima di aggressione perchè scambiato per un cinese, mentre ad Alto Polesine due bambini, fratelli,nonostante fossero sani, per un periodo sono stati costretti a non andare a scuola, i genitori degli altri compagni di classe “non volevano bambini cinesi” in aula. Mentre nella periferia di Torino una coppia è stata aggredita a bottigliate da un gruppo di ragazzi.

Questi sono solo pochi esempi delle aggressioni razziali avvenute negli ultimi mesi, ma nonostante ciò sono in molti a non vedere razzismo nel nostro paese. Ad alimentare la discriminazione verso le etnie diverse è stata senza dubbio anche una certa politica di destra o probabilmente, questa, ha fatto si che tali sentimenti non fossero più mascherati o repressi ma manifestati, anzi, questa politica ha reso il razzismo uno dei principi fondamentali per dimostrare l’attaccamento alla propria nazione.

Ma alla luce degli avvenimenti storici è normale che tante persone invece di contrastare l’odio di razza o ignorare chiunque provi a diffonderlo facciano trovare terreno fertile?

Allora le radici di questa triste realtà bisogna ricercarle, oltre che nella politica, anche nell’ istruzione? In quanti conoscono, o in quanti professori hanno parlato ai propri studenti degli studi antropologici e i conseguenti risultati ? Infatti Giovanni Destro Bisol, antropologo dell’università La Sapienza di Roma dice:

La biologia ci racconta piuttosto che siamo tutti molto simili da un punto di vista genetico. Discendiamo tutti da un gruppo di antenati vissuti in Africa che successivamente si sono spostati in altri continenti. Gli individui, come i loro geni e le loro culture, si sono quindi incontrati e confrontati fin dalle nostre origini, dando vita a forme di umanità diversificate, in continua evoluzione e trasformazione.”

Quindi, alla luce degli studi sull’essere umano, fino ad ora è emerso che l’unica razza esistente sia quella umana, e questo dato si spera che inizino a farlo studiare come una regola grammaticale già dalle prime classi delle scuole elementari, e magari chissà, forse in futuro qualcosa cambierà.

Vietato l’ingresso a Trebisacce.

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<< Ormai tutti sapete che il Coronavirus è alle porte della nostra città, molti comuni della povincia di Cosenza sono stati chiusi e noi dobbiamo impedire succeda anche qui. >>

E’ con queste parole che Franco Mundo, sindaco di Trebisacce, introduce il videomessaggio in cui annuncia la nuova ordinanza firmata nella serata di ieri e entrata in vigore oggi 20 marzo.

Il primo cittadino, in accordo con le autorità e gli altri collaboratori, ha predisposto la chiusura degli ingressi della cittadina che si potrà lasciare solo per comprovati motivi lavorativi, di salute o per il ricongiungimento con i propri familiari nel luogo di residenza che dovrà essere documentato.

Vietata l’attività fisica sul lungomare e le passeggiate lungo via Lutri, << Ho ritenuto opportuno attuare questo provvedimento perchè tante persone si riversavano nelle strade con pretesti vari e noi questo non possiamo consentirlo. >>

Inoltre, sarà consentito portare i cani solo nei paraggi delle proprie abitazioni, nell’arco di 100 mt specifica Mundo, all’interno delle auto potrà esserci solo il conducente, munito di mezzi di sicurezza.

I titolari dei negozi dovranno far entrare i clienti in numero ridotto e verificare che questi siano muniti di mascherine e guanti, aggiunto anche il divieto di toccare le merci.

L’inosservanza di tali disposizioni prevederà la reclusione di 3 mesi o una multa di 206 euro da saldare subito, ci sarà anche la possibilità di attuare la pena prevista dall’articolo 452 del codice penale (delitto colposo contro la salute pubblica) con una reclusione che andrà dai 6 mesi ai 3 anni.

Si potranno leggere i punti della nuova ordinanza del 19 marzo 2020 su questo link

https://www.facebook.com/QuestaeTrebisacce

Chiarimenti e link per l’autocertificazione

QUI POTRETE SCARICARE IL MODULO PER L’AUTOCERTIFICAZIONE

Il decreto del 9 marzo, che applica restrizioni a tutto il territorio nazionale, prevede che si lascino le proprie abitazioni solo se necessario, (per motivi lavorativi, di salute, fare la spesa, portare fuori il cane, assistere un familiare domiciliato altrove), e che gli spostamenti siano attestati dall’autocertificazione che potrete scaricare tramite questo link

Importante, l’autocertificazione dovrà essere compilata solo al momento dell’eventuale controllo delle forze competenti, e come ha specificato il Premier Conte, se il pretesto non corrisponderà alla realtà si andrà incontro a tre mesi di reclusione per lesioni alla salute pubblica.

Chiunque sia impossibilitato a stampare l’autocertificazione sarà tenuto a compilare a penna tutto il testo con le relative motivazioni. Per gli impegni quotidiani fissi si potrà utilizzare lo stesso modulo, e in esso, specificare l’impegno con relative date, ore e eventuali scadenze.

Storia del primo medico che scovò il Coronavirus

Oggi il Covid-19 è sulla bocca di tutti, purtroppo in poco tempo è entrato nell’immaginario collettivo un po’ come i personaggi di vecchi telefilm o parole acquisite da altre lingue.

Ma quando lo sconosciuto virus iniziò a contagiare le prime vittime e un oculista di trentatrè anni iniziò ad accorgersene, questo, fu ammonito e censurato.

Presso l’ospedale di Wuhan, Cina, l’8 dicembre fu registrato il primo caso di polmonite “virale”, in poco tempo i casi con la stessa patologia, spesso accompagnata da congiuntivite, aumentarono, in una settimana furono ricoverate dieci persone, tutte con gli stessi problemi polmonari.

Il regime, attraverso diversi comunicati stampa, definiva quei disturbi “semplici polmoniti virali”, ma il giovane oculista Li Wenliang non credeva alle parole rassicuranti del governo; il medico, aveva intuito che il suo paese potesse essere in balia di un virus, temeva un possibile ritorno della SARS, sindrome debellata nel 2003.

Parlò di quanto stava accadendo e delle sue relative preoccupazioni ad altri sette medici che si trovarono subito d’accordo con lui, per tenersi costantemente aggiornati creò un gruppo su Wechat.

Così il 30 dicembre 2019, sempre attraverso la chat, espresse le sue opinioni riguardo a quelle strani polmoniti, era sicuro si trattasse di qualcosa di virale, ma la censura intercettò lo screenshot della conversazione oscurandola. In un secondo momento le autorità mandarono la polizia a redarguire gli otto propagatori di voci, come furono etichettati.

Il dottore fu interrogato, ammonito e costretto a firmare un documento in cui ammetteva di aver detto il falso, questo accadeva il 1° gennaio.

Documento di ammonizione per Li Wenliang rilasciato dalla polizia di Wuhan

Intanto il governo, con toni trionfanti annunciava di aver neutralizzato 8 disturbatori sociali ma dopo otto giorni, sempre il governo, ammise in tv che era stato isolato un nuovo virus polmonare. Troppo tardi, il virus si estese velocemente anche oltre i confini di Wuhan e il giovane oculista, che dopo essere stato ammonito tornò al suo lavoro, venne contagiato da un paziente già infetto.

Li Wenliang, che aveva un figlio di 5 anni e una moglie in attesa di un secondo bambino morì nello stesso ospedale in cui lavorava il 7 febbraio 2020 a causa del COVID-19. Alla notizia della sua morte molti cinesi espressero su Weibo, il Twitter della Cina, dissenso nei confronti del sistema repressivo attuato dal regime di Xi Jinping, tanti di questi commenti furono oscurati dalla censura ma qualcuno riuscì a sfuggire ai controlli, tra questi l’hashtag #ilgovernodevedellescusealiwenliang.

Alla fine, questa storia fu rivista dalla Corte del popolo; la sentenza affermò che il medico non aveva promulgato nessuna notizia falsa, ma per non ammettere l’errore governativo aggiunse che comunque la diagnosi fatta era stata errata, quel virus di cui aveva parlato non era SARS.

Anche la morte di quest’uomo fu travagliata come gli ultimi momenti della sua vita, infatti per tutto il 6 febbraio si rincorsero una serie di annunci e smentite riguardo un suo possibile decesso, nonostante il popolo attraverso i social network chiedesse chiarezza, intervenne per l’ennesima volta la censura.

Malgrado in questa faccenda rimangano molte cose non chiare resta la certezza di una domanda:

Se il regime avesse lasciato lavorare i medici il mondo si troverebbe in questa situazione?

Lanciata una petizione per il Chidichimo di Trebisacce.

In queste ore l’associazione nazionale per la tutela del patrimonio storico, artistico e naturale della nazione, “Italia Nostra”, su Change.org ha lanciato una petizione per il rafforzamento dell’ospedale “Guido Chidichimo” di Trebisacce. Si chiede un potenziamento dei mezzi e del personale della struttura trebisaccese ormai al collasso.

La scelta di lanciare una petizione a riguardo è stata dettata prima dall’emergenza Coronavirus, si teme che quest’ultimo prima o poi possa contagiare persone del territorio stesso o di paesi limitrofi, e non avere strutture a cui fare riferimento nelle vicinanze, e poi dalla necessità di consentire alla regione di avere più posti letto possibili.

L’ obiettivo prefissato sono 1000 firme. Se questo numero di consensi dovesse essere raggiunto la richiesta verrà sottoposta alla governatrice della regione Calabria Jole Santelli.

Questa, non è la prima raccolta firme lanciata a favore del Chidichimo, sarà una delle tante oppure riuscirà a smuovere qualcosa?

In basso il link della petizione.

Calabria: Raccolta fondi per l’ospedale di Cetraro.

A causa delle difficoltà che gli ospedali calabresi stanno avendo per fronteggiare l’emergenza Coronavirus, l’avv. Guido Bergamo, attraverso Gofoundme, piattaforma americana di Crowdfunding, ha lanciato una raccolta fondi destinata alla terapia intensiva respiratoria di Cetraro.

L’obiettivo della campagna è arrivare a 50.000 euro per poi acquistare direttamente i macchinari e completare la donazione. Grazie alle generose offerte dei cittadini, calabresi e non, in quattro giorni il contatore è arrivato a poco più di 12.500 euro.

A donazione compiuta sarà tutto testimoniato da documenti.

Inoltre, la Siaee Engineering International Group, società italiana produttrice di ventilatori polmonari, indicata come riferimento dalla Protezione Civile, a causa dell’emergenza ha abbassato il prezzo dei propri macchinari da 17.000,00 euro a 9.000,00.

Nello spazio sottostante troverete il link per le adesioni e la lettera inviata alla Siaee Engineering International Group.