Storia del primo medico che scovò il Coronavirus

Oggi il Covid-19 è sulla bocca di tutti, purtroppo in poco tempo è entrato nell’immaginario collettivo un po’ come i personaggi di vecchi telefilm o parole acquisite da altre lingue.

Ma quando lo sconosciuto virus iniziò a contagiare le prime vittime e un oculista di trentatrè anni iniziò ad accorgersene, questo, fu ammonito e censurato.

Presso l’ospedale di Wuhan, Cina, l’8 dicembre fu registrato il primo caso di polmonite “virale”, in poco tempo i casi con la stessa patologia, spesso accompagnata da congiuntivite, aumentarono, in una settimana furono ricoverate dieci persone, tutte con gli stessi problemi polmonari.

Il regime, attraverso diversi comunicati stampa, definiva quei disturbi “semplici polmoniti virali”, ma il giovane oculista Li Wenliang non credeva alle parole rassicuranti del governo; il medico, aveva intuito che il suo paese potesse essere in balia di un virus, temeva un possibile ritorno della SARS, sindrome debellata nel 2003.

Parlò di quanto stava accadendo e delle sue relative preoccupazioni ad altri sette medici che si trovarono subito d’accordo con lui, per tenersi costantemente aggiornati creò un gruppo su Wechat.

Così il 30 dicembre 2019, sempre attraverso la chat, espresse le sue opinioni riguardo a quelle strani polmoniti, era sicuro si trattasse di qualcosa di virale, ma la censura intercettò lo screenshot della conversazione oscurandola. In un secondo momento le autorità mandarono la polizia a redarguire gli otto propagatori di voci, come furono etichettati.

Il dottore fu interrogato, ammonito e costretto a firmare un documento in cui ammetteva di aver detto il falso, questo accadeva il 1° gennaio.

Documento di ammonizione per Li Wenliang rilasciato dalla polizia di Wuhan

Intanto il governo, con toni trionfanti annunciava di aver neutralizzato 8 disturbatori sociali ma dopo otto giorni, sempre il governo, ammise in tv che era stato isolato un nuovo virus polmonare. Troppo tardi, il virus si estese velocemente anche oltre i confini di Wuhan e il giovane oculista, che dopo essere stato ammonito tornò al suo lavoro, venne contagiato da un paziente già infetto.

Li Wenliang, che aveva un figlio di 5 anni e una moglie in attesa di un secondo bambino morì nello stesso ospedale in cui lavorava il 7 febbraio 2020 a causa del COVID-19. Alla notizia della sua morte molti cinesi espressero su Weibo, il Twitter della Cina, dissenso nei confronti del sistema repressivo attuato dal regime di Xi Jinping, tanti di questi commenti furono oscurati dalla censura ma qualcuno riuscì a sfuggire ai controlli, tra questi l’hashtag #ilgovernodevedellescusealiwenliang.

Alla fine, questa storia fu rivista dalla Corte del popolo; la sentenza affermò che il medico non aveva promulgato nessuna notizia falsa, ma per non ammettere l’errore governativo aggiunse che comunque la diagnosi fatta era stata errata, quel virus di cui aveva parlato non era SARS.

Anche la morte di quest’uomo fu travagliata come gli ultimi momenti della sua vita, infatti per tutto il 6 febbraio si rincorsero una serie di annunci e smentite riguardo un suo possibile decesso, nonostante il popolo attraverso i social network chiedesse chiarezza, intervenne per l’ennesima volta la censura.

Malgrado in questa faccenda rimangano molte cose non chiare resta la certezza di una domanda:

Se il regime avesse lasciato lavorare i medici il mondo si troverebbe in questa situazione?

Published by Francesco Agrelli

Ciao! ho 24 anni e sono calabrese. Ho una smisurata passione per la musica e la letteratura. Sono un cantautore,ma amando la scrittura non mi limito a scrivere solo canzoni ma anche articoli, scrivo principalmente di musica e letteratura. Seguimi su instagram per tenere d'occhio gli approfondimenti https://www.instagram.com/fraagrelli/

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