TAGLIA OGGI, PAGA DOMANI.

E’ in periodi come questi che qualsiasi cittadino potrebbe rendersi conto dell’enorme danno che la politica dei tagli ha causato alla sanità.

Ad oggi, il nostro paese si trova a dover fronteggiare l’emergenza COVID-19, ormai pandemia, attraverso un sistema ospedaliero che arranca.

L’ Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che i posti letto riservati ai casi più gravi e alle terapie intensive sono passati da 575 per ogni 100 mila abitanti a 275, il 51% dei tagli si è registrato tra il 1997 e il 2015, una intensificazione delle riduzioni sanitarie è avvenuta con il Governo Monti autore di un taglio di 6,8 miliardi alla spesa sanitaria. Da allora le cose non sono cambiante, almeno non per il meglio; i governatori, trovandosi di fronte ai Piani rientro, siglati da Stato e amministrazione regionale per risanare l’equilibrio finanziario di una data Regione,hanno dimezzato ulteriormente le economie destinate al sistema sanitario, inoltre, l’Italia conta un numero di posti letto inferiore alla media europea.

Attraverso l’infografica interattiva dell’OMS (trovate il link in basso), si può constatare che il declino sanitario sia iniziato ancor prima del ’97, dal 1980 per essere precisi, siamo partiti dai 922 posti letto per ogni 100 mila abitanti del 1980 per finire ai 275 dei nostri giorni, un dato che dovrebbe essere inusuale per un paese avanzato.

Un altro effetto collaterale di anni di tagli alla sanità è la carenza del personale, la ragioneria di stato ci dice che negli ultimi anni la sanità nazionale ha perso circa 8.000 medici e più di 13.000 infermieri, non a caso in questi giorni si parlava di un possibile rientro in campo dei medici in pensione.

Se la gestione dei contagiati è difficoltosa per gli ospedali del nord Italia, per quelli del sud, molti dei quali, colpiti dai Piani rientro di cui parlavamo prima, le difficoltà sono maggiori, in Calabria per esempio, si contano solo 107 posti letto per le terapie intensive.

Secondo il rapporto “Osservasalute”, elaborato dalla Cattolica di Roma, lo Stato investe più denaro per il sistema del nord che per quello meridionale, basti pensare che la spesa sanitaria per la Liguria è di 2054 invece quella per la Calabria è di 1748, un divario di circa 300 euro.

Inoltre nella ripartizione del fondo sanitario nazionale le regioni del nord hanno aumentato la loro quota del 2,36 % mentre altre regioni del mezzogiorno solo del 1,75.

In sintesi, Lombardia, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana hanno ricevuto dallo Stato 944 milioni in più rispetto ad Abruzzo, Puglia, Molise, Basilicata, Campania e Calabria.

Per provare a rimediare a quanto descritto e fronteggiare al meglio l’emergenza in cui il paese si ritrova immerso il decreto straordinario del 7 marzo, annunciato dal ministro Speranza e dal Premier Conte prevede;

L’incremento di aree di emergenza all’interno degli ospedali e l’acquisto delle apparecchiature necessarie per contrastare gli effetti del Coronavirus.”

Abbiamo parlato dei tagli alla sanità del passato, ma i programmi per il futuro, sotto questo aspetto, non sono così rassicuranti, infatti ad ottobre 2019 la Nadef (nota di aggiornamento di economia e finanza) ha previsto fino al 2022 una ulteriore diminuzione della spesa sanitaria che passerebbe dal 6,6 % al 6,5%.

Ora, dopo aver sentito i medici dichiarare che a causa della scarsità dei posti in terapia intensiva si sono visti costretti a scegliere se curare un paziente piuttosto che un altro, si spera che si rivedano i piani per la sanità.

Un altro effetto collaterale di anni di tagli alla sanità è la carenza del personale, la ragioneria di stato ci dice che negli ultimi anni la sanità nazionale ha perso circa 8.000 medici e più di 13.000 infermieri, non a caso in questi giorni si parlava di un possibile rientro in campo dei medici in pensione.

Se la gestione dei contagiati è difficoltosa per gli ospedali del nord Italia, per quelli del sud, molti dei quali, colpiti dai Piani rientro di cui parlavamo prima, le difficoltà sono maggiori, in Calabria per esempio, si contano solo 107 posti letto per le terapie intensive.

Secondo il rapporto “Osservasalute”, elaborato dalla Cattolica di Roma, lo Stato investe più denaro per il sistema del nord che per quello meridionale, basti pensare che la spesa sanitaria per la Liguria è di 2054 invece quella per la Calabria è di 1748, un divario di circa 300 euro.

Inoltre nella ripartizione del fondo sanitario nazionale sei regioni del nord hanno aumentato la loro quota del 2,36 % mentre altre regioni del mezzogiorno solo del 1,75.

In sintesi, Lombardia, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana hanno ricevuto dallo Stato 944 milioni in più rispetto ad Abruzzo, Puglia, Molise, Basilicata, Campania e Calabria.

Per provare a rimediare a quanto descritto e fronteggiare al meglio l’emergenza in cui il paese si ritrova immerso il decreto straordinario del 7 marzo, annunciato dal ministro Speranza e dal Premier Conte prevede;

L’incremento di aree di emergenza all’interno degli ospedali e l’acquisto delle apparecchiature necessarie per contrastare gli effetti del Coronavirus.”

Abbiamo parlato dei tagli alla sanità del passato, ma i programmi per il futuro, sotto questo aspetto, non sono così rassicuranti, infatti ad ottobre 2019 la Nadef (nota di aggiornamento di economia e finanza) ha previsto fino al 2022 una ulteriore diminuzione della spesa sanitaria che passerebbe dal 6,6 % al 6,5%.

Ora, dopo aver sentito i medici dichiarare che a causa della scarsità dei posti in terapia intensiva si sono visti costretti a scegliere se curare un paziente piuttosto che un altro, si spera che si rivedano i piani per la sanità.

Coronavirus: Le grandi fughe e i numeri della Calabria

Prime ore dell’otto marzo, il premier Giuseppe Conte in una conferenza notturna annuncia che il nuovo decreto, sui cui ha lavorato intensamente insieme ad altri ministri competenti, oltre a prevedere il divieto di entrare e uscire dalla Lombardia se non per motivi certificati, e da altre provincie di Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Marche ( che saranno riportate in fondo all’articolo ) prevede anche la sospensione di attività di aggregazione. L’intenzione di tali provvedimenti risulta essere quella di ridurre al minimo il rischio di “esportare” involontariamente il virus in altre regioni del paese.

Troppo tardi.

Infatti la bozza di un decreto che prevedesse una possibile restrizione delle aree sopra citate viene intercettata da esterni e subito dopo riportata da alcune testate già durante la serata del 7.

Quando il Premier Conte arriva ai microfoni a dare l’ufficialità del decreto sul web circolano già le immagini registrate dalle telecamere della stazione centrale di Milano che vedono una folla di gente che, valigia alla mano, si dirige verso i mezzi che gli permetteranno di raggiungere il meridione.

Insomma, una fuga che scatena un’altra fuga.

Questa repentina migrazione ha preoccupato i governatori del sud Italia, tra questi Jole Santelli, neo governatrice della Calabria che afferma;

«Cari calabresi, è una follia. La diffusione della bozza di decreto sulla nuova zona rossa sta portando a un vero esodo verso il Sud, e in particolare verso la Calabria. Siamo preoccupati e al lavoro senza sosta per preservare la nostra terra da chi non ha ben compreso la gravità del rientro senza controllo. Ritornare dal Nord in modo incontrollato mette in pericolo la nostra terra e gli affetti di tutti. Non fatelo. Fermatevi. Seguite le regole, proteggetevi e proteggeteci come prescritto. L’esodo incontrollato porterà all’aumento esponenziale del contagio anche da noi. È evidente che una sanità come quella calabrese, vessata da anni da tagli selvaggi, non è in grado di reggere una situazione di totale emergenza»

Come si può capire dalle dichiarazioni della Santelli questo esodo dell’ultimo minuto preoccupa per due motivi; un possibile e intensivo aumento dei contagi e i limiti che la regione Calabria ha sul piano sanitario. 2 posti letto ogni 1000 abitanti, con un totale di 1,95, di cui solo 107 riservati per la terapia intensiva, a causa di ciò potremmo assistere alla riapertura di ospedali già dismessi.

Intanto i comunicati stampa dei comuni chiedono agli arrivi dalle zone rosse di avvisare chi di competenza e ai cittadini residenti di supervisionare e segnalare chi sia passato inosservato.

Ad oggi 9 marzo in Calabria sono presenti 11 pazienti affetti da COVID-19.

Province con restrizione previste dal decreto dell’8 marzo 2020

Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbano Cusio Ossola, Vercelli,Padova, Treviso e Venezia.